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Buonasera dottor Jannacci,

Le scrivo per ringraziarLa di aver reso meno insopportabile i 40 giorni di degenza in clinica riabilitativa dopo essermi rotta il collo del femore. Certo, se me lo avessero detto prima che avrei festeggiato così il mio 40esimo compleanno, avrei cercato di cadere in un altro giorno. E chissà, a comunicarmi la notizia (“frattura brutta, scomposta: bisogna operare e mettere la protesi all’anca”) sarebbe stato un medico diverso da quello che mi è capitato. Ecco, magari un medico che L’aveva conosciuta e/o che, amando le Sue canzoni, avrebbe trovato un modo sufficientemente compassionevole e bonariamente ironico per portare la necessaria ambasciata ortopedica, ma non la pena.

Mi scusi, mi accorgo che sto divagando. Sono partita per la tangente, come si suol dire. Dicevo, ci tengo a ringraziarLa, perché il ricordo della Sua risata, il Suo ritmico accento milanese e le Sue canzoni sono state le mie vere compagne di stanza. Solo loro hanno visto le mie lacrime, solo a loro ho mostrato le impennate d’ansia, la malinconia, il senso impalpabile di perdita, la consapevolezza che davanti a me si parava un guado, e nessuno poteva affrontarlo al posto mio, indipendentemente da quanto amore e affetto avessi intorno.

È stata una Sua canzone, dottor Jannacci, la prima a sapere che, finalmente, sentivo che ce l’avrei fatta. Che se in quel posto lì ero riuscita a rintracciare e coltivare spazi di umanità, di allegria, di verbi al futuro e di auto-perdono, anche la mia anca, probabilmente stava guarendo, e si preparava a portarmi, di nuovo, ovunque io volessi andare.

È successo una mattina. Mentre il sole entrava dalla finestra e io stavo ascoltando Se me lo dicevi prima, ho avuto l’esatta percezione che, nonostante tutto, ero stata brava. Che stavo facendo un buon lavoro (su me stessa).

E allora sarà ancora bello

Quando guardi fuori
E sarà ancora bello
Quando guardi il tunnel
Che è ancora lì vicino e, e non ci credi ancora
E sei venuto fuori
E non ci credi ancora
E c’hai la pelle d’oca
E non ci credi ancora

Proprio così. Sono già passati due mesi e mezzo da quando sono uscita da quella clinica riabilitativa, e ripensando a tutto quello che è successo, mi sembra incredibile, oggi, aver (ri)conquistato la calma tiepida del silenzio che propizia la concentrazione, ed essere qui a scriverLe.

Settembre ha spuntato come una matita il caldo claustrofobico dell’estate, senza rinunciare alla dolcezza di un cielo terso che abbraccia il pieno sole. E mi ha portato due regali inattesi ma benefici come un balsamo: Enzo Jannacci – Vengo anch’io, documentario di Giorgio Verdelli ed Ecco tutto qui, il libro scritto a quattro mani da Paolo Jannacci, il figlio musicista, e l’amico giornalista Enzo Gentile.

Le canzoni di Jannacci come mappa di una città da riscoprire

Il film è stato un viaggio attraverso Milano, le sue innumerevoli storie in musica negli anni del boom, il suo cabaret “corsaro” (lo storico Derby e non solo), a bordo di un magico tram, dove ti dà il benvenuto il sorriso arrotondato e profondo di Roberto Vecchioni. Lui definisce Enzo Jannacci il più grande di tutti. Non comparabile a Guccini e De Andrè perché, semplicemente, aveva scelto da subito di giocare su un altro piano. Scomodo, imprevedibile, brulicante di umanità capaci di toccarti come se fossero qualcuno che incontri ogni giorno, e che ti viene naturale salutare con un cenno del viso, anche se non sai come si chiama. È il piano in cui comico e tragico, risata, lacrime e occhi all’ingiù, si mescolano diventando un tutt’uno.

Enzo Jannacci – Vengo anch’io è un tram affollato di suoi amici e compagni di palco. Cochi e Renato, Diego Abatantuono, Paolo Rossi, Dalia Gaberscik, Paolo Conte, Francesco Guccini, Dori Ghezzi, Caterina Caselli, Claudio Bisio, J-Ax…ed anche Vasco Rossi, che svela il filo rosso che non ti aspetti, quello che lega Vado al massimo e Vivere proprio ad Enzo Jannacci.

E nel finale, ancora un regalo per lo spettatore, una lettera, forma speciale di cura dell’altro ormai quasi “desueta”. Confesso che ho provato un po’ di invidia per chi l’ha ricevuta.

Come un gruppo di amici che a fine cena improvvisano una canzone

Ecco tutto qui è una full immersion nella musica di Enzo Jannacci punteggiata da una miriade di tocchi di colore offerti da chi l’ha conosciuto. Il risultato è un quadro palpitante, una foto tridimensionale che restituisce con una fedeltà che quasi fa male la sua risata, il suo modo di parlare e la sua voce.

E Paolo Jannacci condivide con chi legge un pezzetto del suo personale tesoro fatto di foto, testi di canzoni…a volte scritti sui sacchetti per il vomito degli aerei. Quanta impertinente ironia e scatenata fantasia in un gesto che nobilita un oggetto come questo…  

Arrivata a questo punto, però, mi rendo conto che forse proprio a lui, a Enzo Jannacci, un post così non piacerebbe del tutto. Magari ci vorrebbe un po’ di sale sopra per vivacizzarlo, e spezzare un po’ il dolce. O forse del succo e una fetta di limone? La prossima volta ci provo, promessa, tanto so che mi accompagnerai in tanti altri momenti importanti. Meglio se lontano dagli ospedali e dai medici che portano pena, però. Ciao Enzo.

I dischi di Enzo Jannacci per Ala Bianca

Il concerto alla tv svizzera

Sul tema Jazz, Blues & Folk leggi anche:

A proposito di Davis, ritratto (con anima) di musicisti e felini

Alabama Monroe, il nudo amore è aspro e intenso


5 responses to “Enzo Jannacci: vivere e ridere”

  1. Splendido post, complimenti! 🙂

      1. Grazie a te per la risposta! 🙂

      2. grazie a te, invece. la condivisione non è mai scontata 🙂

  2. […] Enzo Jannacci: vivere e ridere […]

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